[Mondo Onirico On]
*Oscuro, buio e privo di ogni sensazione.
Era quello che lo circondava.
Nessun rumore, nessuna azione, nessuna luce, solo la consapevolezza di esistere in un vuoto esteso, una immensa nullità uno spazio nero come la pece.
Nessun odore, nessun movimento, nessuna prensenza.
Era solo, in quel vuoto abissale, seduto su una sedia di latta e plastica.
Era consapevole di essere seduto perché gli sembrava che la sua posizione fosse quella, non sentiva nulla, neppure il suo stesso respiro, il suo cuore battere. Niente.
Era forse quello il limbo che l'attendeva dopo la morte?
In inferno costruito dal nulla, dove niente esisteva e niente accadeva, dove non potevi neppure vedere te stesso, il tuo corpo, le tue braccia, le tue mani e neppure sentire bene al tatto se tutti i pezzi del tuo corpo fossero lì, al loro posto com'erano rimasti l'ultima volta...
...l'ultima volta che si era ancora in vita.
Sorrise.
Se lo aspettava diverso l'inferno.
I testi sacri raccontavano di un luogo di indicibili sofferenze, con demoni che squartavano, infilzavano e punivano, mentre tra orribili affanni i condannati cercavano uno scampo che mai sarebbe arrivato e venivano puniti e uccisi tante volte quanto infinito era il tempo che aspettava loro soffrire e penare.
Eppure non c'erano fiamme, demoni o laghi di sangue roventi ad aspettarlo.
C'era il nulla.
Nessuna sensazione di caldo o freddo, nessuna percezione esterna, nessun odore.
Il tempo e lo spazio sebravano non avere significato in quel luogo, sembrava che la profondità fosse incerta e un momento sembrava dilatarsi in eterno, mentre i secoli avevano la durata di pochi secondi.
Ma perché era lì, che cos'era successo?
Un peccato.
Che peccato aveva commesso di così grave da condannarlo a una tale pena eterna?
Non riusciva a focalizzare la mente, nessun ricordo a cui appigliarsi, nessuna valvola di sfogo, nessuna via di fuga.
Stava camminando.
Era certo, anche se non riusciva a comprenderlo e sentire le gambe, il vento sul viso o il movimento del suo stesso corpo, era convinto che stesse camminando.
Lo scenario sembrava non cambiare mai, non importava quanto continuasse. Non riusciva a raggiungere niente. Non c'era un punto di arrivo come non c'era stato neppure un punto di partenza ed era ben conscio della cosa.
A un certo punto qualcosa attirò la sua attenzione.
Un piccolo puntino luminoso e distante.
Era quello che si chiamava esperienza extracorporea forse?
Chi è finito in una situazione di pericolo, molto vicina alla morte, finisce come in un tunnel buio in cui vede una luce calda.
Forse era quello o forse no, fatto sta che prese a seguire quella stella polare così distante.
Camminò fino allo sfinimento che non riusciva a sentire.
Continuò, seguendo quella stella cometa, piano piano, finché non divenne sempre più grande, sempre più grande, sempre più grande...
Abbastanza grande da essere leggibile.
Una scritta al neon.
DEVILS WAYFissò per un tempo incalcolabile quell'insegna fosforescente con la grossa freccia che indicava quello che pareva essere un family Restaurant, mentre s'avvicinava sempre di più a quella luminosità.
Man mano che s'avvicinava riusciva a percepire meglio il proprio essere, a vedere lievemente meglio attraverso quell'oscurità a definire se stesso, il suo stato attuale, il suo corpo.*
§ Sembra proprio che sono finito all'inferno. § *Era ormai convinto della cosa, camminando piano fino ad entrare all'interno del ristorante, col rumore del campanello appostato sulla porta a dichiararne l'entrata.
Nel locale c'era una signora pasciuta, con una divisa abbastanza lisa e sporca oltre il bancone. Una fila di sgabelli in pelle rossa erano allineati come tanti soldatini attorno al bancone, mentre altri tavoli erano distribuiti a destra e sinistra dall'entrata.*
- Che prendi, gioia?- * Gli chiese con aria burbera.*
- Dice a me? - * Rispose, preso in contropiede.*
- Sì a te, giovanotto. - *continuò con quell'aria mezza ironica e mezza irritata.*
- U-Un caffé. - * la sala era vuota tranne che per un altro cliente seduto al bancone che quando sentì la sua ordinazione gli fece segno di avvicinarsi e sedersi accanto a lui, senza neppure girarsi per guardarlo in viso.
Shouji accolse l'invito un po' riluttante, avvicinandosi timidamente un passettino per volta.*
- Che ci fai qui? - * gli chiese bevendo la usa tazza di caffé caldo.*
- Non lo so. Forse sono morto. - * alla risposta el ragazzo l'uomo quasi sputò la sorsata di caffé che stava bevendo per le risate.*
- Non dire stupidaggini, Shouji. - * gli fece l'altro, gentile.*
- Come fai a sapere il mio nome? Chi sei? - * gli chiese, mentre la signora portava la sua tazza di caffé caldo e la zuccheriera. *
- Sei uno stupido, come hai fatto a dimenticarti di me? Comunque non ti devi preoccupare. Va tutto bene. Non sei mica morto. - * quella voce era così pacata e suonava tanto familiare che prese a credergli, nonostante non avesse certezze di chi fosse il suo interlocutore.* - Non essere stupido e non ti arrovellare troppo per delle stupidaggini. Se non sai come risolvere un problema chiedi ad un adulto, non vergognarti di dividere il lavoro e non cercare di portare tutte le responsabilità. Se qualcosa va storto non te lo legare al dito, la vita è fatta così, un continuo di alti e bassi. -
- Io sono solo un bambino. - * disse piano, sorseggiando dalla tazza.*
- Già, sei solo un bambino. - * e sorridendo con quel mento ricoperto da un filo di barbetta, gli accarezzò la testa.*
- Be', s'è fatto tardi. Che ne dici di fare ritorno? - * L'uomo gli indicò la porta da cui era entrato. Il suo viso non gli era familiare, ma in qualche modo credeva di conoscerlo.*
- Sì. Devo tornare... - * e senza dire altro uscì dalla porta, dove svanì letteralmente. L'uomo s'accese placido una sigaretta, fissando la scritta al neon, che si spegneva e riaccendeva come avesse uno strano contatto.
DEVILS AWAY*
[Mondo Onirico Off]
*Mormorava qualcosa nel sonno quando a un tratto, nel rumore sordo del volo aprì gli occhi repentiamente.
La prima cosa che vide, non appena i suoi occhi si furono abituati alla scarsa fluorescenza verde dell'interno del cargo fu il soffitto. La seconda furono le sue mani, che si portò al viso, anche se non riuscì effettivamente a vederle.
Gli avevano tagliato di dosso la Plug Suit, infilandogli un camice azzurro chiaro, le braccia completamente bendate che gli dolevano. Era sicuro di non riuscire a vedere bene e con la punta delle dita, che uscivano dalle fasciature, si accarezzò il viso.
Gli avevano bendato parte della faccia e l'occhio sinistro.
Con l'altro occhio fissò un tubicino che gli partiva dal braccio, fino ad una flebo posta su un supporto di ferro ancorato alla spalliera e alcune cinghie lo legavano in vita per non farlo muovere troppo, con due file di barre a fargli da ringhiere ai lati del letto.
Si voltò alla sua destra e vide Asher, mezzo addormentato mentre alla sua sinistra c'erano gli altri due piloti che aveva conosciuto il giorno prima, sempre che si trattasse del giorno prima e non di due o tre giorni.
Quanto tempo era passato dalla missione?
Quanto tempo mancava alla prossima?
Non lo sapeva, non gli importava.
Al momento solo la spossatezza gli attanagliava l'anima.
Non aveva voglia di pensare né di agire.
Chiuse l'occhio e si abbandonò alla stanchezza.
Si risvegliò l'ennesima volta durante l'atterraggio, nel sussulto dell'aereo che toccava terra.*
- La squadra India è convocata in sala briefing, ripeto la squadra India è convocata in sala briefing. -*Una comunicazione dagli interfoni dell'aviogetto.
Squadra India... stavano parlando di loro.
Quasi gli venne una risatina isterica sulla faccia a pensarci.*
§ Squadra... squadra... § *continuò a rimuginare tra sé. Quando Asher voltatosi verso i letti chiese...*
- Ce la fate a stare in piedi? La sala briefing ci aspetta... -
*Shouji lo fissò con quell'unico occhio e non disse niente. Con le punte delle dita si toccò il petto fino a trovare quel che stava cercando, il gancio di ferro che lo teneva legato. Alzò la linguetta e tirò via la prima imbragatura e la seconda all'altezza dello stomaco.
Non disse niente perché stava troppo male, troppo da schifo. Era impossibile dire a parole quel che provasse in quel momento, pensando che tutto quello era stato colpa sua.
Ricordando quel terrore spaventoso.
Con un gesto familiare si mise lentamente a sedere, quasi strisciando sul letto, e con i piedi nudi assestò un paio di calci alla ringhiera laterale del letto, finché non si abbassò e scendendo dal letto, a piedi nudi sul pavimento freddo che componeva l'interno della navicella, continuò a fissare Asher.
Fece il giro del letto e vide delle pantofole all'interno di una piccola cassettina di metallo aperta, attaccata ad incastro alle sbarre della ringhiera ai piedi del letto.
Non le prese e tornò a fissare Asher con quell'aria stranita e fredda, quasi innaturale.*
[GDR OFF] EDIT:
Shouji al momento ha questo aspetto.http://shinji-kakaroth.deviantart.com/art/...Freak-116516438[GDR ON]
Edited by Shinji Kakaroth - 20/3/2009, 15:23